Il gigante pel di carota

Il mio primo incontro col protagonista delle righe che seguono risale a una ventina d’anni fa. Avvenne per caso, come tutte le cose importanti della vita. A colpirmi fu l’immagine di un uomo barbuto, candidamente immerso nel suo gelido torpore, serenamente assorto nei suoi pensieri. Intensa e commovente nella sua semplicità. Bellissima. Dopo aver lungamente esaminato, con grande interesse, tutto ciò che è possibile della sconfinata produzione che lo caratterizza, all’alba del 18° anno del terzo millennio, credo di poter affermare senza timore di smentita che la fotografia di ritratto, almeno quella vera, inizi e finisca con questa persona, il professionista e l’artista, il cui nome sta comodamente nelle dita di una mano: Nadar! Nato Gaspard-Félix Tournachon, il 6 aprile 1820 in quel di Parigi, quest’uomo straordinario da tutti descritto come un gigante dal cuore d’oro e dagli occhi intelligenti, portava già impressi nel DNA i tratti distintivi del precursore, i caratteri essenziali di colui che sarà destinato a lasciare una raffigurazione nitida e dettagliata di un’epoca, la sua, che non attendeva altro se non di essere fissata, immortalata, fotografata appunto. L’Ottocento che lui stesso non esitò a definire “un secolo di statue”, un’epoca che riuscì a scrollarsi di dosso la pesante eredità del passato, sostituendola con i nomi nuovi della modernità. Una moltitudine di artisti veri o presunti, scienziati, scrittori, poeti e saltimbanchi, destinati a lasciare un’impronta indelebile del loro passaggio. Il terreno fertile era offerto da una Parigi, quella di fine secolo, in pieno fermento creativo, nella quale le grandi passioni politiche si mescolavano alla ricerca di nuove vie possibili, di nuovi modelli esistenziali. Una congerie di volti, noti e meno noti, molto presto passeranno in rassegna davanti all’obiettivo dell’ingombrante fotocamera di Nadar, senza soluzione di continuità. Centinaia e centinaia di personaggi di grande levatura affolleranno l’atelier di Boulevard des Capucines ad ogni ora del giorno. Il risultato sarà una mole di immagini tale da far intimidire persino la banca dati dell’archivio fotografico on-line della Getty Images di turno. Una lista multicolore di nomi altisonanti e di piccoli borghesucci, figli di una società dominata da una improvvisa quanto prematura libertà di costumi, che ora venivano mostrati con apparente nonchalance, dinanzi all’obiettivo della star della fotografia d’oltralpe. Da Michail Bakunin a Charles Baudelaire, da Eugène Delacroix a Giuseppe Verdi, da Camille Corot a Edouard Manet, da Gustave Courbet a Gustave Doré, da Victor Hugo a Jules Verne, tutti insieme, nessuno escluso, ad affollare la grande arca di Noè con la quale Nadar aveva deciso un giorno di preservare il meglio dell’ età in cui viveva, per salvarlo dal diluvio del tempo e traghettarlo nei secoli avvenire, imprimendolo nella memoria eterna. Personaggio eclettico come pochi, giornalista, disegnatore, imprenditore, inventore, collezionista e visionario, Felix Tournachon entra ed esce dai destini di uomini e cose del suo tempo con la regolarità con la quale il giorno segue la notte. Nadar è ovunque, e la sua presenza è trasversale. Lo si ritrova nei contesti spazio-temporali più assurdi ed impensabili. Così ci capita di scoprirlo nelle vesti del protagonista di un racconto di fantascienza, o in quelle di agente segreto nella realtà storica della Francia del suo tempo. Fino a quelle di consigliere strategico per la sua amata patria. Che si parli dell’avventuriero francese Michel Ardan di “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne, o dell’improbabile Félix Turnaczewski che tenta di introdursi in Polonia come spia del governo, o del fervente patriota che suggerisce a più riprese l’utilizzo dei palloni aerostatici a fini militari ai generali della sua nazione, in un delirio di ragione e follia, realtà e fantasia, tra l’impegno politico e la fuga visionaria, ci accorgeremo sempre e comunque di avere a che fare con la medesima persona. Quest’uomo affabile, ribelle e disinteressato, generoso come pochi, approda alla fotografia dopo aver attraversato un percorso del tutto simile a quello di molti suoi contemporanei. Questa “specie di gigante” come lo definisce uno dei suoi più cari amici, “con gambe enormi, lunghe braccia, un lungo torso e una testa di rossi capelli arruffati” si diletta inizialmente nel ritrarre su fogli svolazzanti d’ogni tipo, le “glorie” vere o solo supposte del suo tempo. Poi, vista la mole immensa di lavoro che è lì ad attenderlo per il completamento del suo progetto più ambizioso, pensa bene di servirsi dell’ultimo diabolico ritrovato, la neonata fotografia. Si trattava del famoso Panthéon Nadar, una serie di quattro grandi litografie incaricate di contenere qualcosa come mille ritratti in forma di caricatura di uomini illustri suoi contemporanei. Di lì a poco, Nadar e le sue lastre al collodio umido andranno a braccetto per molti, moltissimi anni, e la fotografia lo accompagnerà, tra alti e bassi, intervallata solo a tratti da innamoramenti passeggeri, fino alla soglia dei suoi novant’anni. I novant’anni più strabilianti che siano forse mai stati vissuti. Ma chi è e soprattutto cos’è esattamente Nadar? Un giornalista prestato alla caricatura? Un disegnatore prestato alla fotografia? O è piuttosto l’insieme di tutte queste cose? La perfetta personificazione di tutte queste discipline unite ad un indiscutibile buon gusto ed un innato senso del bello? Di certo, la contemporanea padronanza di tutte queste arti gli giova e non poco. E se non si potrà fare a meno di notarlo alla semplice lettura di uno dei tanti racconti nei quali si è cimentato, lo si vedrà ancor di più nella sua peculiare attenzione agli specifici particolari della fisionomia dei soggetti da lui ritratti in fotografia. Cosicché quando scrive dei visitatori delle Catacombe di Parigi, lo fa inevitabilmente con la stessa tecnica descrittiva con la quale ne tratteggerebbe a carboncino la caricatura, con la stessa attenzione ai particolari distintivi di un volto, alla mimica facciale, al nascere e morire delle espressioni, ai piccoli tic nervosi. Allo stesso modo avverrà con la fotografia. Ma chi crede di ricondurre la grandezza di Nadar a queste poche peculiari caratteristiche che lo contraddistinguono, sbaglia. E sbaglia perché dimentica di considerare quello che per tutti i critici e gli studiosi rappresenta un incomparabile valore aggiunto: l’amicizia profonda e incondizionata e la convergenza degli ideali che lo legano ai suoi modelli. E la capacità, che ne deriva, di immedesimarsi nel soggetto ritratto per coglierne le sfaccettature e gli intimi segreti che vi si celano, in modo che si palesino infine nella loro natura più genuina e più vera. “Il ritratto”, dirà più tardi Ferdinando Scianna, “è il frutto di un incontro, la giusta risposta a una domanda; esso deve, per essere un buon ritratto, dircela lunga sul fotografato, ma anche sul fotografo. Guardare un ritratto significa ricominciare il dialogo, riproporre la domanda, ma questa volta non alla persona fisica, bensì all’immagine che la persona ha dato di sé al fotografo e che il fotografo ha scelto ed elaborato con il suo linguaggio. Il risultato dipende dalla qualità di questo incontro.” Nadar, che ha speso molto del suo tempo e della sua attenzione nello studio della navigazione aerea, ci ha mostrato il mondo dall’alto molto prima dei droni e di Google Maps! Nel 1858, dopo svariati tentativi e innumerevoli fallimenti, è proprio lui (ancora lui) a scattare, dalla navicella/laboratorio febbrilmente predisposta nel monumentale “Le Géant”, la prima fotografia aerea della storia dell’umanità. E per aggiungere una ciliegina a questa coloratissima torta, è sempre lui che nel 1862 scatta, nelle fogne e nelle catacombe di Parigi, le prime fotografie alla luce artificiale di cui si abbia notizia. Tre mesi di faticoso lavoro, tra mille difficoltà tecniche e in condizioni ambientali assai precarie, alla fine dei quali Nadar e i suoi assistenti si ritrovano in mano un centinaio di “scatti buoni” frutto di interminabili sperimentazioni. E’ inevitabile che queste imprese facciano di Nadar sempre più un “personaggio”, forse un po’ esibizionista, ma sempre ingegnoso e spettacolare. Un personaggio che non esita però a mettere in gioco la sua fama e il suo successo, anche economico, per fini irreprensibili, convinto com’è che il progresso, la vera giusta causa, debba equamente distribuire, al di là di ogni concetto di classe, i favori e i benefici che da esso derivano. Quando, il 23 marzo del 1910, la malattia e la vecchiaia lo vincono, in tanti hanno parole di affetto e di gratitudine nei suoi confronti: “ Era vissuto tanto” scriverà Georges Grappe, “con tanta generosità, con tanta nobiltà, in così molteplici maniere, quel gran vecchio, che tutti coloro ai quali era concesso l’onore di avvicinarlo, si cullavano talvolta nel sogno chimerico di ch’egli non sarebbe morto, che sarebbe sempre rimasto, portatore della fiaccola, al fine di tenere viva in noi la fiamma sacra. Con i suoi novant’anni, la splendida chioma bianca, sempre vestito di rosso come un garibaldino delle lettere, Nadar conservava nello sguardo la scintilla divina di coloro che hanno creduto… in un ideale.”

©Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

9 pensieri riguardo “Il gigante pel di carota

    1. Thanks a lot!
      I’m a photographer, and not really a blogger, but I enjoy writing about photographers and photography from time to time.
      Have a nice day!

  1. This was a great blog.I’ve read many articles about blogging, but never one about making effective and valuable comments. Thank you for that.
    I’m an addict of Smart Blogger, too, so you’re in good company (I think)! Haha.

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