Il fotografo che amava bussare


“A coloro di cui si narra. Con gratitudine e amore.”

Con questa dedica struggente si apre uno dei libri più emozionanti e poetici che mi sia mai capitato tra le mani. Un capolavoro dal titolo enigmatico, vero e proprio breviario delle ultime generazioni americane: “Sia lode ora a uomini di fama”. Coautore dell’opera è un pilastro della cultura visuale del secolo scorso: Walker Evans.

Nato nel 1903 a Saint Louis, Evans è stato senza dubbio uno degli autori più rappresentativi della prima metà del Novecento. Per più di mezzo secolo, Evans ha dipinto la società americana con le gradazioni tonali di un poeta dello sguardo e la metodica, scrupolosa esattezza di un antropologo, dando vita a un dizionario enciclopedico assolutamente unico ed irripetibile del mondo in cui ha vissuto. Dal bambino che collezionava cartoline illustrate e dipingeva per diletto, all’ispiratore di generazioni di fotografi che lo hanno seguito, il passo è breve. Il suo stile asciutto e raffinato, le sue immagini intense e delicate, il suo sguardo diretto ed essenziale, la sua rigorosa disciplina, hanno influenzato il modo di fotografare di vere e proprie legioni di fotografi, non solo americani, tra cui Robert Frank , Diane Arbus e Lee Friedlander, solo per citarne alcuni. Personaggio introverso, colto e aristocratico, il capostipite della fotografia documentaria d’oltreoceano seppe dare alle sue visioni limpide e severe del presente, il valore di prova, documento, eterna testimonianza. La densità e la corposità a tratti esasperate delle sue immagini, ci mettono davanti alla cruda verità dei suoi soggetti, alla loro evidenza di uomini e donne, mostrati con una limpidezza e un’esattezza quasi scientifica che non lascia spazio all’esaltazione enfatica e ai sentimentalismi. Poco importa se la piccola Kodak con la quale si divertiva a fotografare amici e parenti adesso aveva lasciato il posto ad una folding di grande formato, e se il bambinetto del Missouri era diventato per molti “fotografo dei fotografi”. Lo spirito che lo muoveva a dirigere il suo sguardo verso il prossimo era lo stesso: era lo spirito di un testimone onesto e sensibile, lucido e consapevole. Incorruttibile. Autore attento e parsimonioso, impaginatore abilissimo, grafico raffinatissimo, Evans era convinto che la fotografia dovesse essere nient’altro che una composizione fotografica della società. Le sue fotografie di architettura, delle piccole chiese rurali, dei negozi, dei cartelloni pubblicitari, dei caffè a buon mercato, degli edifici scolastici e degli uffici postali rivelano una profonda attenzione per il “banale”, per gli oggetti e i luoghi dell’uomo comune, e si lanciano alla ricerca di tracce di vita vissuta in un paesaggio squallido e desolante. Un po’ come, più tardi, accadrà con i nomi celebri della fotografia documentaria degli anni 70’, quali i coniugi Becher, Stephen Shore, Lewis Baltz e i cosiddetti Nuovi Topografi, con i loro motel, i supermercati, i mega parcheggi di periferia. La sua è una descrizione neutra e disincantata di uno spazio trasformato e profondamente marchiato dal passaggio dell’uomo. Lo stile di Evans, disadorno, impersonale e ripetitivo, rifugge dalle lusinghe della solennità e dalla dolce seduzione del ricordo. Personaggio tutt’altro che facile, anticonformista e allergico alle convenzioni, ha sempre nutrito una forte avversione nei confronti della fotografia “artistica” e dell’uso meramente commerciale della stessa. Quando, già famoso, gli fu chiesto perché avesse iniziato a fotografare, Evans rispose candidamente: “Era una cosa che non si poteva fare. Per questo l’ho fatta!”. Scrittore mancato, profondamente ispirato dalle sue letture giovanili, l’intellettuale Evans seppe fare del mezzo fotografico lo strumento di una ricerca che non smise mai di portare avanti. Da Thomas Eliot a James Joyce, da Charles Baudelaire a Gustave Flaubert, i grandi scrittori del passato lo segnano in maniera indelebile, e probabilmente gli ricordano che nelle vesti di fotografo, che non smette di essere uomo, possiede le storie di coloro che incontra, le loro stesse vite. Gli ricordano che i diseredati, come diceva bene Furio Colombo, si rimettono a lui per essere narrati, e quindi per esistere. E l’opportunità di far tesoro di questi insegnamenti, gli viene fornita nel 1936, quando sotto la direzione di Roy Stryker, viene incaricato di documentare la vita delle piccole comunità rurali durante la grande depressione americana. Perciò, insieme all’amico scrittore James Agee, va a trascorrere un lungo periodo di tempo nelle campagne dell’Alabama per documentare le drammatiche condizioni di esistenza e di lavoro di tre famiglie di coltivatori di cotone, i Tengle, i Fields e i Burroughs, condividendo con loro le fatiche e gli stenti della vita di tutti i giorni. Evans lo farà con scarsa preoccupazione per il programma ideologico, infischiandosene degli itinerari suggeriti, attentissimo, come sempre sarà, a non cadere nel facile tranello della pura accademia o del populismo. Il risultato di questa collaborazione sarà il libro dal quale questa mia nota prende le mosse, un viaggio lirico e poetico, costellato di parole, intriso d’immagini, tra descrizione documentaria e scrittura profondamente personale, intima, anche autobiografica, che resta una delle pietre miliari della letteratura americana del ventesimo secolo. Le fotografie di Walker Evans appaiono ancora oggi rappresentazioni straordinariamente oneste e vive dei volti dei “suoi” contadini dell’Alabama, visti e ripresi “senza dissezione in scienza o digestione in arte, ma con coscienza totale”. Raffigurazioni di una spiazzante naturalezza, che come direbbe ancora Colombo, riescono ad assolvere il difficile compito di “non espropriare i personaggi narrati della titolarità della loro vita”.

© Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

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