L’uomo che non aveva paura

Si avvicina l’estate del 1945, la guerra è alle battute finali. Un ragazzotto di 22 anni fruga tra le macerie di una Norimberga sfiancata dai bombardamenti alleati. E’ giunto in Germania in treno dopo che le SS lo hanno arrestato in Piazzale Loreto, a Milano. Ha lavorato per un anno al reparto manutenzione della Siemens e adesso ha un posticino in una fabbrica di profumi dove si occupa di miscelare le essenze. Ha lasciato il lager dal quale faceva la spola per recarsi allo stabilimento e da qualche tempo è ospite di una famiglia, i coniugi Stahl. Il suo nome è Mario De Biasi, bellunese trapiantato a Milano, dove ha raggiunto la sorella, lasciandosi alle spalle una madre e altri tre fratelli. Il padre è emigrato in Svizzera alla ricerca di un po’ di fortuna. A Milano ha cominciato a lavorare come telefonista, prima di approdare, nel 1939, alla Magneti Marelli. Quel pomeriggio tardo primaverile a Norimberga, tra ciò che rimane di una casa, il suo sguardo è improvvisamente rapito dal luccichio di una bottiglietta. Avvicinandosi vede che ce ne sono delle altre, e poi un libro, dei fogli di carta fotografica, un piccolo torchio. Le bottigliette contengono liquidi per sviluppo e fissaggio, mentre il libro, che comincia immediatamente a sfogliare, è un manuale pratico di fotografia. Questo ritrovamento casuale è un vero segno del destino, e forse gli salverà la vita. Da questo momento la fotografia entrerà a far parte della sua esistenza e non ne uscirà mai più. Tornato a Milano qualche anno dopo, Mario inizia a fare sul serio. Curioso e determinato come pochi, comincia a guardarsi intorno con occhi nuovi, e a fotografare ogni cosa, con energia ed entusiasmo irrefrenabili. “Sottrae soldi al cibo per comprare le pellicole. Sottrae ore al sonno per sviluppare e stampare quelli che considera i suoi tesori”, dice di lui Attilio Colombo. Il suo soggetto principale è una Milano ferita, offesa dalla guerra, che prova a rialzarsi con le sue forze. Di lì a poco la meritata consacrazione arriva inaspettata: E’ il 1953, e in piena età dell’oro per il racconto fotografico, De Biasi diventa il primo fotografo “assunto” da Epoca. Il giornale è frutto di un’idea di Alberto Mondadori e fa affidamento su uno staff di fotografi d’eccezione, sull’esempio del mitico Life, dal quale permuta apertamente la veste editoriale e il respiro internazionale. Sulle sue pagine si susseguiranno i reportage di grandi nomi del fotogiornalismo mondiale, da Robert Capa a Henri Cartier-Bresson, da Werner Bischof a George Rodger, con una significativa presenza dei “cugini” italiani, tra i quali De Biasi eccellerà per qualità e duttilità.

Ma l’occasione per la svolta definitiva gli viene offerta dal destino su un piatto d’argento, quando a Budapest esplode la sommossa antisovietica e il magazine decide di mandare proprio lui a vedere cosa succede. La telefonata del giornale lo raggiunge a Varenna , sul lago di Lecco, dove sta ultimando un servizio fotografico a colori sulle più belle ville d’Italia. Dall’altra parte della cornetta la voce della segretaria del direttore ordina con tono perentorio: “torni immediatamente a Milano perché deve partire per l’Ungheria”. E’ il 27 ottobre del ‘56 e a Budapest si spara ormai per le strade: è la rivolta popolare! Dopo una breve consultazione col giornalista Massimo Mauri, che in realtà è Mino, il fratello meno famoso del regista Mario Monicelli, il futuro “capo dei servizi fotografici” di Epoca decide di partire in automobile. Chiama la moglie Ida al telefono e le chiede di preparargli una valigia con un paio di pantaloni di velluto, un vestito e qualche camicia. Alla domanda scontata della consorte, “dove vai?”, lui risponde candidamente: “In Ungheria”. Dopodiché riattacca e si occupa delle macchine fotografiche. Una Rolleiflex, due Leica e 50 pellicole. E’ l’inizio di un’avventura drammatica ed irripetibile. A Budapest, tra i carri armati russi e le pallottole vaganti dei ribelli, De Biasi da il meglio di sé, riuscendo a portare a casa insieme alla pelle, uno dei reportage fotografici più forti e terrificanti della storia del fotogiornalismo moderno. Chi lo ha visto in azione, lo descrive mentre corre da una parte all’altra della città, le fotocamere al collo, in preda ad un impulso adrenalinico irrefrenabile e compulsivo. Non si ferma nemmeno davanti all’orrore delle esecuzioni pubbliche e dello strazio dei corpi, che pure lo feriscono brutalmente e lo fanno tremare di paura. Continuerà a scattare per tre lunghi giorni, immortalando nel caos più totale, indefinibile e pericoloso, i volti e le gesta degli insorti e dei loro aguzzini, un centinaio di agenti della polizia segreta che si sono asserragliati in un palazzo che si affaccia sulla piazza. Da ogni albero e da ogni lampione i giovanissimi ribelli sbucano fuori con coraggio e, allo scoperto, scaricano i loro mitra in direzione del rifugio improvvisato. Lui li fotografa in azione, ininterrottamente, facendo la spola da un gruppo all’altro. Quando la battaglia volge finalmente al termine, i due colleghi italiani decidono di comune accordo di abbandonare la piazza e tornare in albergo. Quando nei giorni seguenti si decide il rientro in Italia, i carri armati russi avanzano ormai verso Budapest e la città è in preda allo sconforto. Le fotografie di Mario faranno il giro del mondo, e Arnoldo Mondadori in persona gli scriverà una lettera di ringraziamento per quanto è stato capace di fare in quelle ore terribili, in quei giorni tremendi.

De Biasi è una vera e propria macchina da guerra, e riesce a passare da una contesto all’altro con estrema facilità e con un senso di adattamento sconosciuto ai più. Da ogni situazione riesce a tirar fuori, con passione ed ironia, il meglio con il minimo sforzo. Conflitti, colpi di stato, terremoti, inondazioni, epidemie, scoperte scientifiche, incoronazioni, eruzioni vulcaniche… e poi industriali, capi di stato, magnati, campioni dello sport, re, regine, papi, artisti, attori, registi, luminari: nulla sfugge al suo obiettivo, perennemente puntato sul mondo, al suo intuito, al suo senso della notizia, e perché no, alla sua faccia tosta. Instancabile, salta con una vitalità impressionante da un aereo all’altro all’inseguimento della diva di turno, che immortalerà sempre con profondo senso estetico e rigoroso equilibrio formale: Brigitte Bardot, Sofia Loren, Marlene Dietrich, Silvana Mangano, Claudia Cardinale, solo per citarne alcune. «La macchina fotografica fa parte della sua anatomia, come il naso e le orecchie», dice una volta di lui Bruno Munari, suo caro amico e responsabile della veste grafica di Epoca . Una macchina fotografica che non ha mai lasciato, neanche quando, avanti negli anni, ha rinunciato a rincorrere le notizie, ripiegando su un tipo di fotografia più concettuale, alla ricerca dell’armonia e della bellezza delle piccole cose della vita di ogni giorno. Più volte, durante il mio lungo soggiorno milanese, mi è capitato di incontrarlo e di ascoltare i suoi racconti. Camicia a quadri, colorito vermiglio, sorriso furbo da eterno bambino, ironico e sorridente come sempre. Di quell’omone rubicondo porto con me il ricordo di una vitalità prorompente, di uno spirito mai domo. Mario De Biasi, “l’Italiano pazzo”, un irriducibile della vita. Una vita, la sua, vissuta tutta d’un fiato, affrontata a viso aperto, senza rete e…senza paura!

©Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

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