Il talento della felicità

Ho commesso il peggiore dei peccati che possa commettere un uomo. Non sono stato felice.
(Jorge Luis Borges)

Si può fotografare la gioia senza che ciò venga considerato una colpa? E’ forse un reato rivolgere lo sguardo verso quanto di meraviglioso ti accade intorno? Si possono elogiare la grazia, l’incanto e la magnificenza senza rischiare di sembrare insensibili alle sofferenze altrui? Senza che qualcuno ti rimproveri per il semplice fatto di condurre un’ esistenza intensa ed appagante? Difficile da dirsi, ma anche se questo corrispondesse a verità, Henri Lartigue non sembra essersene mai particolarmente preoccupato. Troppo impegnato ad immortalare il suo mondo in lungo e in largo, nel “grande parco” della sua fantastica vita. Rampollo dell’alta società francese, Jacques Henri Lartigue nasce a Courbevoie nel 1894. La sua esistenza si consuma dolcemente tra gli agi e i diletti riservati alla sua condizione di privilegiato, in un beato isolamento, al riparo dalle insidie dei nascenti conflitti mondiali, ma anche dalle preoccupazioni di ordine economico e politico che già emergevano a livello internazionale. Un ritiro dorato fatto di belle donne, auto veloci, ritrovi mondani, lusso sfrenato, eleganza raffinata, leggerezza. Un nascondiglio dal quale non sente mai il bisogno di sbirciare nel mondo degli altri. Enfant prodige, le sue fotografie sono rimaste quasi sconosciute fino all’età di sessantotto anni, quando, è il 1962, scoperte dal responsabile di un’agenzia, finiscono in mano a un “certo” Richard Avedon che ne rimane stregato. Poco dopo , John Szarkowski, responsabile del dipartimento fotografico del MOMA di New York, gli organizza la prima mostra retrospettiva che lo introduce, a buon diritto, nell’olimpo della fotografia mondiale che conta. Una mostra che lo svela e lo consacra al tempo stesso. Quando qualcuno gli chiede il perché di questa reticenza nel mostrare al mondo i suoi capolavori, lui risponde stizzito: “E perché mai avrei dovuto farlo?” Lui che tra l’altro si è sempre considerato principalmente un pittore, e a cui l’idea di pubblicizzare la sua opera al di fuori della ristretta cerchia dei parenti e degli amici più cari, sembrava non sfiorarlo. “Fotoamatore” geniale e talentuoso, i suoi scatti ci lasciano una raffigurazione incomparabile dell’epoca nella quale ha vissuto, un arco di tempo a cavallo tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo, regalandoci la testimonianza preziosa del mutare dei suoi interessi e del moltiplicarsi delle sue sperimentazioni. Passa dalla fotografia istantanea agli autochromes, dalle panoramiche alle stereoscopie, con uno stile che si evolve col continuo modificarsi delle sue passioni, col crescere della sua curiosità. Nel tempo, gli appellativi per lui si sono sprecati, ma hanno sempre mirato a definirne un unico peculiare aspetto della sua opera. Quello frivolo e spensierato. La leggerezza, il disimpegno, l’entusiasmo, l’allegria, sono innegabilmente sostanza del suo narrare, ma non esauriscono a mio parere la complessità della sua visione. Le fotografie di questo grande innovatore sono infatti nient’altro che un tentativo di bloccare il lento ed inesorabile scorrere del tempo, di conservarne una porzione, magari quella migliore, da consegnare ai posteri, perché ne possano godere. Lartigue inizia a fotografare e ad annotare fedelmente su un diario gli accadimenti e le emozioni di ogni singolo giorno all’età di sette anni, quando il padre gli regala la prima macchina fotografica. E già da allora sente di soffrire di una strana patologia che lo fa patire fino al punto di provare un malessere fisico. Sente che tutto ciò che gli provoca sentimenti di meraviglia e di stupore, si dissolve senza che lui riesca a serbarne l’essenza. Il mondo attorno a lui è meraviglioso, incantevole, straordinario, ma questo non gli basta. Il piccolo Jacques vaga disperatamente, alla continua ricerca di una soluzione, di un antidoto al tempo che passa, lasciandogli addosso un insopportabile senso di smarrimento e di morte. E’ per questo che da quel momento in poi decide di “bloccare” con la sua pesante fotocamera ogni momento interessante che gli capiterà a tiro, cercando di fermare su lastra ogni ricordo, ogni emozione, ogni suggestione che l’esistenza terrena vorrà regalargli. Alla fine della sua lunga vita, il risultato di questa impresa quotidiana sarà un corpus di oltre 130 album, che raccolgono quasi 15.000 foto. Un completo, minuzioso e variegato campionario di immagini d’ogni genere, che ci restituisce un mondo di sorrisi, di gesti e di emozioni senza eguali, insieme ad un’idea di dinamismo e di modernità che non ha pari nelle testimonianze del tempo. Una raccolta di immagini che sembrano rappresentare, in prima istanza, un modo di prender parte alla vita estremamente dinamica ed entusiasmante della famiglia, diventando in seguito un mezzo per raggiungere la piena consapevolezza di sé, per riconoscersi. Vi scintilla la vivacità e l’intelligenza dello sguardo di un grande autore, che non ha mai avuto la piena consapevolezza di esserlo. Neanche quando diceva: “Per me il passato è un grande sacco pieno di tesori nel quale si cerca di fare entrare solo cose meravigliose, selezionate con cura”. “Il grande mare del bello”, lo avrebbe chiamato Platone, dove confluiscono la grazia, l’incanto e l’armonia, che solo le fotografie possono generare. Jacques Henri Lartigue dice addio alla fotografia nel 1979, quando decide di donare il suo intero archivio allo stato francese che lo aveva celebrato solo quattro anni prima con una grande e un po’ tardiva mostra retrospettiva. La sua esperienza e le testimonianze visive che ci ha lasciato non smettono di stupire chiunque si accosti al suo personaggio, insolito e complesso, geniale e controverso. Incredibilmente moderno.


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