Il sogno instabile

Robert Louis Frank, uno dei fotografi più influenti del ventesimo secolo, il cui stile crudo ed incisivo è stato fondamentale nel cambiare il corso della fotografia documentaria, è morto lunedì 9 settembre a Inverness, in Nuova Scozia, all’età di  94 anni. Lo ha annunciato il New York Times. Era nato a Zurigo nel 1924. Dal web si apprende pure che è stato un fotografo e regista svizzero naturalizzato statunitense. Naturalizzato.  Un po’ come i calciatori brasiliani, argentini, uruguaiani, che arricchiscono di talento e fantasia la nostra amata rappresentativa nazionale, dando, perché no, anche un po’ di lustro alla nostra Nazione, al nostro popolo, alla nostra gente. Frank era universalmente noto per The Americans, un volume che raccoglieva le foto scattate viaggiando in lungo e in largo per 48 stati americani a metà degli anni Cinquanta, con uno stile nuovo che cambiò il modo di vedere i reportage. Figlio di una coppia benestante di origine ebrea, cominciò molto giovane ad interessarsi di fotografia, rendendosi presto conto della impossibilità di trovare sbocchi interessanti nella Svizzera di quel tempo. Fu così che, poco più che ventenne,  il  futuro vate della fotografia di strada, presi baracca e burattini, nonché una buona scorta di rullini, partì alla volta degli Stati Uniti, alla ricerca di un ambiente più stimolante di quello in cui era vissuto fino ad allora. Fu proprio a New York che ebbero inizio le sue collaborazioni con diverse riviste, cosa che gli permise di farsi conoscere nel mondo artistico ed intellettuale newyorkese. L’ occasione della vita, gli si presentò quando si assicurò una borsa di studio da parte della Fondazione Guggenheim, che lo finanziò per attraversare il paese e fotografarlo. E il giovane ed intraprendente artista non se la fece scappare. Armato di macchine fotografiche e di pellicole in bianco e nero, nonché di una buona dose di incoscienza, percorse migliaia di chilometri scattando in tre anni quasi 27.000 foto. Di queste, dopo un’accurata selezione, ne rimasero solo 83, che sono quelle che andarono a comporre The Americans. La ciliegina sulla torta per l’edizione americana fu la prefazione di colui che solo un paio di anni prima aveva pubblicato On The Road, quel tale Jack Kerouac che ebbe per il fotografo parole entusiaste, e che lo lanciò come il fotografo della Beat Generation. Ma il libro che di lì a poco sarebbe entrato a pieno titolo nell’olimpo della fotografia mondiale di ogni tempo non raccolse immediatamente apprezzamenti e lodi. Anzi, non furono pochi i photoeditors che alla sola vista delle foto si ritrassero sdegnati e quasi offesi per lo stile e per il contenuto delle foto. In netta contraddizione con l’immagine rampante e vincente che gli Stati Uniti volevano dare o credevano di avere, Frank aveva rappresentato scene di vita insignificanti , dettagli sciocchi e banali, scenari privi del seppur minimo interesse, ritratti stravaganti e bizzarri. E lo aveva fatto con uno stile approssimativo, pieno di immagini prese al volo, attraverso i finestrini della sua vecchia Ford, spesso senza nemmeno guardare nel mirino della sua piccola Leica! C’erano cowboys e vecchie automobili, uffici postali e cimiteri, politici e lustrascarpe, jukebox e bandiere stropicciate. Un vero e proprio attacco all’America e alla sua dignità, un’aggressione capace di trasformare in incubo il sogno americano. Le immagini del libro di Robert Frank sembrano così comuni e ordinarie da risultare banali ad uno sguardo superficiale e distratto. Ma sono proprio la semplicità e l’immediatezza che le rendono straordinarie. Mostrano persone che mangiano, che siedono a un bar, che guidano un auto, che aspettano. Mostrano volti stanchi e annoiati. Molte foto sono sfocate, sgranate e mal composte. Ma l’insieme armonico di queste immagini rappresenta un ritratto cinico, distaccato e allo stesso tempo profondamente partecipe di un paese fin troppo sicuro di sé. In quegli anni infatti le fotografie dovevano seguire canoni di nitidezza, pulizia e composizione standardizzati. Le foto erano sistematicamente e metodicamente carine e ottimistiche. Ma Frank era consapevole di vivere in un mondo diverso, pieno di guerre e sofferenze, povertà e discriminazione. Non sempre bello e giusto come si voleva far credere. E che l’America non era fatta solo di recinti bianchi, prati verdi e davanzali fioriti. Che c’era anche un lato oscuro, meno idilliaco, ma più vero e reale. C’era il mondo della povera gente, dei diseredati, di coloro che vivono ai margini. Nelle automobili magari, una presenza volutamente ingombrante nelle fotografie di Frank. Con i suoi orizzonti ubriachi, con le sue inquadrature improbabili,  Frank smantellò il vecchio modo di vedere e minò gravemente la stabilità di un sogno traballante, instabile e destinato a svanire.           Dopo The Americans, il più influente fotografo del Novecento non riuscì più a ripetersi, quantomeno in termini di successo e di clamore . Abbandonò quasi del tutto la fotografia e cominciò presto a dedicarsi al cinema. La sua vita fu poi sconvolta da due grandi drammi famigliari. Pablo e Andrea, i suoi unici figli, avuti dalla la prima moglie, morirono in circostanze diverse  nel 1974  e nel 1994.  Risposatosi con la pittrice e scultrice June Leaf, si trasferì infine in Canada, dove qualche giorno fa, alla bella età di 94 anni, si è spento, portando con sé una colpa o forse un merito: quello di aver mostrato a noi e al mondo intero il vero volto degli Stati Uniti, il lato oscuro dell’America.

© Mario Di Salvo 2019 – Tutti i diritti riservati

Il fotografo che amava bussare


“A coloro di cui si narra. Con gratitudine e amore.”

Con questa dedica struggente si apre uno dei libri più emozionanti e poetici che mi sia mai capitato tra le mani. Un capolavoro dal titolo enigmatico, vero e proprio breviario delle ultime generazioni americane: “Sia lode ora a uomini di fama”. Coautore dell’opera è un pilastro della cultura visuale del secolo scorso: Walker Evans.

Nato nel 1903 a Saint Louis, Evans è stato senza dubbio uno degli autori più rappresentativi della prima metà del Novecento. Per più di mezzo secolo, Evans ha dipinto la società americana con le gradazioni tonali di un poeta dello sguardo e la metodica, scrupolosa esattezza di un antropologo, dando vita a un dizionario enciclopedico assolutamente unico ed irripetibile del mondo in cui ha vissuto. Dal bambino che collezionava cartoline illustrate e dipingeva per diletto, all’ispiratore di generazioni di fotografi che lo hanno seguito, il passo è breve. Il suo stile asciutto e raffinato, le sue immagini intense e delicate, il suo sguardo diretto ed essenziale, la sua rigorosa disciplina, hanno influenzato il modo di fotografare di vere e proprie legioni di fotografi, non solo americani, tra cui Robert Frank , Diane Arbus e Lee Friedlander, solo per citarne alcuni. Personaggio introverso, colto e aristocratico, il capostipite della fotografia documentaria d’oltreoceano seppe dare alle sue visioni limpide e severe del presente, il valore di prova, documento, eterna testimonianza. La densità e la corposità a tratti esasperate delle sue immagini, ci mettono davanti alla cruda verità dei suoi soggetti, alla loro evidenza di uomini e donne, mostrati con una limpidezza e un’esattezza quasi scientifica che non lascia spazio all’esaltazione enfatica e ai sentimentalismi. Poco importa se la piccola Kodak con la quale si divertiva a fotografare amici e parenti adesso aveva lasciato il posto ad una folding di grande formato, e se il bambinetto del Missouri era diventato per molti “fotografo dei fotografi”. Lo spirito che lo muoveva a dirigere il suo sguardo verso il prossimo era lo stesso: era lo spirito di un testimone onesto e sensibile, lucido e consapevole. Incorruttibile. Autore attento e parsimonioso, impaginatore abilissimo, grafico raffinatissimo, Evans era convinto che la fotografia dovesse essere nient’altro che una composizione fotografica della società. Le sue fotografie di architettura, delle piccole chiese rurali, dei negozi, dei cartelloni pubblicitari, dei caffè a buon mercato, degli edifici scolastici e degli uffici postali rivelano una profonda attenzione per il “banale”, per gli oggetti e i luoghi dell’uomo comune, e si lanciano alla ricerca di tracce di vita vissuta in un paesaggio squallido e desolante. Un po’ come, più tardi, accadrà con i nomi celebri della fotografia documentaria degli anni 70’, quali i coniugi Becher, Stephen Shore, Lewis Baltz e i cosiddetti Nuovi Topografi, con i loro motel, i supermercati, i mega parcheggi di periferia. La sua è una descrizione neutra e disincantata di uno spazio trasformato e profondamente marchiato dal passaggio dell’uomo. Lo stile di Evans, disadorno, impersonale e ripetitivo, rifugge dalle lusinghe della solennità e dalla dolce seduzione del ricordo. Personaggio tutt’altro che facile, anticonformista e allergico alle convenzioni, ha sempre nutrito una forte avversione nei confronti della fotografia “artistica” e dell’uso meramente commerciale della stessa. Quando, già famoso, gli fu chiesto perché avesse iniziato a fotografare, Evans rispose candidamente: “Era una cosa che non si poteva fare. Per questo l’ho fatta!”. Scrittore mancato, profondamente ispirato dalle sue letture giovanili, l’intellettuale Evans seppe fare del mezzo fotografico lo strumento di una ricerca che non smise mai di portare avanti. Da Thomas Eliot a James Joyce, da Charles Baudelaire a Gustave Flaubert, i grandi scrittori del passato lo segnano in maniera indelebile, e probabilmente gli ricordano che nelle vesti di fotografo, che non smette di essere uomo, possiede le storie di coloro che incontra, le loro stesse vite. Gli ricordano che i diseredati, come diceva bene Furio Colombo, si rimettono a lui per essere narrati, e quindi per esistere. E l’opportunità di far tesoro di questi insegnamenti, gli viene fornita nel 1936, quando sotto la direzione di Roy Stryker, viene incaricato di documentare la vita delle piccole comunità rurali durante la grande depressione americana. Perciò, insieme all’amico scrittore James Agee, va a trascorrere un lungo periodo di tempo nelle campagne dell’Alabama per documentare le drammatiche condizioni di esistenza e di lavoro di tre famiglie di coltivatori di cotone, i Tengle, i Fields e i Burroughs, condividendo con loro le fatiche e gli stenti della vita di tutti i giorni. Evans lo farà con scarsa preoccupazione per il programma ideologico, infischiandosene degli itinerari suggeriti, attentissimo, come sempre sarà, a non cadere nel facile tranello della pura accademia o del populismo. Il risultato di questa collaborazione sarà il libro dal quale questa mia nota prende le mosse, un viaggio lirico e poetico, costellato di parole, intriso d’immagini, tra descrizione documentaria e scrittura profondamente personale, intima, anche autobiografica, che resta una delle pietre miliari della letteratura americana del ventesimo secolo. Le fotografie di Walker Evans appaiono ancora oggi rappresentazioni straordinariamente oneste e vive dei volti dei “suoi” contadini dell’Alabama, visti e ripresi “senza dissezione in scienza o digestione in arte, ma con coscienza totale”. Raffigurazioni di una spiazzante naturalezza, che come direbbe ancora Colombo, riescono ad assolvere il difficile compito di “non espropriare i personaggi narrati della titolarità della loro vita”.

© Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati