Scusi, permette questo scatto?

Di tanto in tanto, frugando tra i banconi virtuali dei mercatini di materiale fotografico, mi capita di imbattermi in oggetti interessanti, spesso convenienti, a volte sfiziosi ed allettanti. Più raramente in pezzi unici e singolari. Sto cercando tra gli annunci dell’usato una fotocamera analogica da portare in giro senza troppi patemi d’animo. Una macchinetta robusta ed affidabile, che non costi un occhio della testa e che risponda unicamente alle mie poche ma irrinunciabili esigenze di fotografo e di essere umano pensante: deve essere semplice ed essenziale. Pochi comandi, ben posizionati, un mirino sufficientemente luminoso e una “carrozzeria” a prova di bomba. Di tutto il resto, sono sincero, faccio volentieri a meno. Ieri, tra una semielettronica superaccessoriata e una meccanica di lusso usata ma non troppo, mi cade l’occhio su un annuncio che dice più o meno così: Pentax Spotmatic nera, appartenuta al maestro Dondero. Vendo. Ammetto che la cosa non mi lascia indifferente. Tutt’altro. La Spotmatic è una macchina elegante, dalla meccanica raffinata, e Mario Dondero uno dei miti della mia giovinezza. Al telefono, la proprietaria del “cimelio” mi assicura di averlo ricevuto in dono dalle mani del fotografo in persona, a un festival di fotografia non meglio specificato, una cinquantina d’anni fa. “Mi disse:” aggiunge, “Questa è la macchina con la quale ho imparato a fare fotografie, quella con cui ho iniziato. La lascio a te con l’auspicio che tu possa fare lo stesso, e con l’augurio che ti porti fortuna.” Io sono un po’ titubante, ma poi mi affido all’intuito e le credo. Dopotutto, che Mario fosse un generoso, è cosa universalmente nota. Definisco gli ultimi dettagli e concludo l’affare. Poi chiedo secco: “e tu cosa hai fatto?” “Ah, io niente!” mi risponde schietta, “io non ho mai imparato…” “L’ho riposta in un cassetto e li è rimasta finché non mi è venuto in mente di provare a farci qualche soldino”. Tra lo scioccato e l’amareggiato, non posso che prenderne atto, e decido di cogliere l’occasione per rispolverare qualche vecchia lettura e ripensare al maestro che da poco ci ha lasciati, e alla sua vita lunga e generosa.

Nato a Milano nel 1928, Mario Dondero rientra a pieno titolo in quella ristretta categoria di fotografi-giornalisti “liberi”, che hanno scelto di correre da soli, curando i propri interessi e alimentando le proprie attitudini in totale autonomia e nell’unica direzione a loro congeniale: quella degli ultimi. La fotografia è per lui uno strumento insostituibile per raccontare storie, per comunicare emozioni, per vivere nel mondo. Una sorta di “conquista nei confronti del passato” al quale strappa dei momenti per riproporli immutati nel futuro. Totalmente disinteressato all’aspetto tecnico-pratico dell’esercizio fotografico, ha sempre mirato al contenuto, rifiutando qualsiasi implicazione estetica, artistica e commerciale. Il fotoreporter, dice, non è uno spettatore neutro della realtà, sebbene il giudizio che ne da debba essere imparziale. Ha le sue idee, le sue passioni, le sue convinzioni, la sua fede politica. La sua visione è filtrata dal suo istinto di uomo, dal suo bagaglio di esperienze, dal suo carico di conoscenze, dalla sua formazione, dalle sue naturali inclinazioni. Mario Dondero non sfugge a questa regola: è un uomo di sinistra, un comunista “puro e duro”, ama le donne e il buon vino, il cinema in bianco e nero di Renoir e la letteratura con la “elle” maiuscola. E’ vero. Ma in mezzo? In mezzo scorre il fiume. In mezzo c’è la vita, le amicizie, gli amori, le illusioni, i disincanti. Gli incontri inaspettati. Fotografo e partigiano, sognatore instancabile, chansonnier appassionato di un mondo che non ha mai smesso di affascinarlo, Dondero inizia la sua carriera di fotogiornalista “assolutamente per caso”.

Dopo alcuni anni di lavoro a “Milano Sera”, come cronista, stufo di dover sempre dipendere dalle immagini fornite dal fotografo di turno, trova un’ancora di salvezza nel nascente settimanale illustrato “Le ore”, che gli da fiducia e lo spinge a continuare su quella che diventerà la sua nuova strada, quella che più gli si confà. Un percorso che gli permetterà di vivere come ha sempre sognato, libero da rigidi vincoli contrattuali, in perfetta autonomia e in totale indipendenza. Un vestito nuovo che gli calzerà a pennello, dentro il quale si muoverà con scioltezza per il resto dei suoi giorni. Utilizzando “la scusa della fotografia per vivere in un modo sorprendente”. Il fotogiornalismo, peraltro, rimarrà per lui la massima espressione della fotografia, oltre che un insostituibile collante nei rapporti interpersonali e una grande fonte di conforto intellettuale. Uomo dai mille interessi, Dondero è sempre stato attratto dagli aspetti più variegati della cultura, cercando con le sue foto di trasferire un po’ di quel mondo nel suo stesso mondo. Di divenirne parte integrante. Affascinato dalla letteratura, non ne ha mai nascosto la particolare influenza nel suo modo stesso di fotografare. Dai tempi del Bar Jamaica di Milano, e delle leggendarie frequentazioni di intellettuali del calibro di Piero Manzoni, Dino Buzzati e Camilla Cederna, al gruppo dei Nouveau Roman, di cui una sua stessa foto testimonia e quasi sancisce la nascita a Parigi, nel 1959, Dondero non ha mai smesso di inseguire il sogno di una vita vissuta in perfetta simbiosi col mondo e con le persone che lo abitano. “Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono”, avrebbe detto più tardi. Uomo affabile e schietto , capace di sedurre chiunque con uno sguardo e ancor di più con le parole. Un amico che guardava dritto negli occhi, con il dono singolare di far sentire importante anche chi non ha mai nemmeno sospettato di esserlo. Di riconoscere un ruolo a ciascuno dei suoi soggetti, di trattare il netturbino con la stessa reverenza che avrebbe riservato a un capo di stato, con la stessa ingenua naturalezza. Ha lavorato per l’Unità, l’Avanti, il Mondo, L’Espresso, Il Giorno, L’illustrazione italiana, Le Monde, Le Nouvel Observateure, Le figaro e mille altri giornali, fotografando di tutto: poeti, artisti, registi, scrittori, e più di tutto, tanta, tantissima gente comune.

Nell’osservazione delle loro semplici storie amava incentrare i suoi racconti fotografici più intimi e profondi, sforzandosi di riuscire nel difficile compito di ridare giustizia e dignità alle esistenze ai margini della società, conscio che il vero valore civile del suo mestiere risiedesse in questo e solo in questo. E il tutto narrato con la curiosità intellettuale che lo ha sempre contraddistinto, unita alla lealtà nel riportare i fatti in maniera genuina, con un prosare schietto, privo di orpelli e di inutili stravaganze. Scattare una foto era il suo modo di presentarsi, di rompere il ghiaccio: il suo biglietto da visita. Una vera e propria scelta di vita, la sua. Come quella di non fermarsi mai, alla continua rincorsa degli eventi, a testa in giù per il mondo, l’anima in continuo esercizio, nell’annotare cose nuove, nello scoprire realtà diverse, altre vite, differenti idee, inconsuete usanze. Una corsa senza sosta, volontario ostaggio degli avvenimenti. Un moto perpetuo che gli ha impedito di dedicarsi alla costruzione di un archivio ragionato delle sue opere, della sua immensa produzione di immagini. Un tragitto che si è interrotto a Fermo, la piccola cittadina marchigiana dove Dondero, genovese trasferito a Milano, parigino per scelta e romano per diletto, ha deciso di porre fine al suo vagare, e dove ha trascorso gli ultimi giorni della sua avventurosa vita. Piace pensare a molti, di ritrovarlo un giorno a bordo di una corriera, su un vecchio regionale o in fondo a un bar, intento ad intonare “o bella ciao!” o un altro dei suoi cavalli di battaglia, con gli occhi dolci e il sorriso bonario che ce lo hanno fatto amare prima ancora di apprezzarlo per quanto di bello nella sua lunga carriera è riuscito a costruire. A Fermo, in una sera di dicembre del 2015, dopo aver salutato tutti i suoi amici per l’ultima volta, Mario Dondero ha smesso di sognare.

© Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

Foto di copertina © Livio Senigalliesi/Sintes/SIPA