La geografia dei sentimenti

All’alba di un mattino come tanti altri, in un paesino dell’ Emilia, un uomo si muove lento nella nebbia con una fotocamera fissata ad un treppiede. Di fronte a sé una sottile linea d’acqua incisa nel pallore del bassopiano. Una lunga ferita che attraversa la verde campagna. Anche se ancora non lo sa, quella sarà l’ultima fotografia della sua vita, l’ultimo abbraccio alla sua terra natia, la firma sul suo testamento spirituale. Luigi Ghirri nasce a Fellegara di Scandiano il 5 gennaio 1943, e in pochi anni diventerà uno dei più grandi ed influenti fotografi del nostro tempo. Certamente, e con pieno merito, il più conosciuto degli autori italiani all’estero.
Nei primi anni 70 Ghirri abbandona l’attività di geometra, apre uno studio grafico e inizia la sua ricerca, un lungo viaggio nell’immaginario visivo del nostro Paese, che segnerà un punto di svolta e indicherà un cammino nuovo a intere generazioni di fotografi. Autore prolifico e fine intellettuale, Ghirri percepisce l’ esigenza della creazione di una nuova sintassi delle immagini, che rinnovi dalle fondamenta la cultura visuale italiana. Le sue fotografie sono una continua lotta tra realtà e rappresentazione, una ricerca di significato, in un mondo che ha del tutto smarrito la sua identità. E tutto questo cercando di non offrire una prospettiva unicamente fotografica, e accostando alla fotografia stessa metodi narrativi alternativi e “nuovi”. Fotografie di fotografie. Di gente che guarda altre fotografie. Come Thomas Struth, molto prima di Thomas Struth.
 

La fotografia è per Ghirri “l’immagine di un mondo possibile, scelto tra tanti mondi possibili”, “più vicina alla fantascienza che ad altri generi letterari o estetici”. A nemmeno dieci anni dall’inizio della sua ricerca, Ghirri è già un punto di riferimento per molti, instancabile suggeritore di una nuova strategia del guardare, dello studiare , del considerare. Maestro del colore, al quale restituisce la dignità troppo a lungo sottratta da orde di fotoamatori che lo hanno per decenni abusato, ostentato e offeso, Ghirri predilige il formato 6 x 7, punto di incontro tra l’iperrealismo del grande formato, e l’eccessiva sintesi del 24 x 36 . Questa scelta lo aiuta ad ottenere delle immagini che sussurrano senza urlare, che suggeriscono senza rivelare.

La sua è una volontà di ricominciare da zero, di “formattare” lo sguardo e di catapultarsi in una realtà parallela, priva di limiti, alla ricerca di ciò che normalmente è invisibile agli occhi. Sforzandosi di accostarsi alle cose e alle persone con lo sguardo di un bambino e la meraviglia di chi si affaccia al mondo per la prima volta. Gli autori che, come lui, si sono avventurati in una così coraggiosa ed approfondita indagine intellettuale, possono a tutt’oggi contarsi sulle dita di una mano. Pochissimi come lui hanno contribuito a riscrivere le regole essenziali del vedere, e insieme ad esse il significato, il valore e il compito della fotografia. Moltissime delle immagini che ci ha lasciato sono il frutto di una indagine condotta tra soggetti di poco conto, tra oggetti apparentemente insignificanti ed eventi assolutamente trascurabili, riproposti sotto forma di brillanti considerazioni sul senso della vita, di acute riflessioni sul rapporto tra uomo e natura. Distratto e trasognato come pochi, provava, ricorda Gianni Celati, un odio profondo per la comune cecità di chi crede di sapere già tutto, che é cecità spirituale. Ghirri è cittadino italiano, e come tale si ritrova prigioniero di una iconografia essenzialmente pittorica, quella lasciataci in eredità dai viaggiatori del Grand Tour, che vede l’Italia come un grande forziere ricolmo di arte e bellezza da cartolina. Una cultura visuale che interpreta il paesaggio urbano e quello non antropizzato in maniera stereotipa, banale e approssimativa.

Da parte sua vi è la ricerca di un’Italia possibile, di un paesaggio da capire e immaginare, di spazi e luoghi con un passato da custodire e un presente da reinventare. Il tentativo di recupero di una memoria collettiva, che non può prescindere in alcun modo dal confronto continuo con la storia recente, frutto di continui mutamenti. La sua è una ricerca dell’ ”unico nell’analogo”, della singolarità nella ripetizione. Arturo Carlo Quintavalle parla di “una civiltà di copie, dove originale e copia non esistono, dove la copia è più vera del vero”. Ghirri percorre questo tragitto in lungo e in largo, per anni, fino ad estremizzare il suo pensiero nella famosa serie “In scala” realizzata presso il parco tematico “Italia in miniatura”, dove trasforma la finzione in realtà, reinterpretando con occhio beffardo e provocatorio il rapporto tra l’uomo e il paesaggio urbano, trasformato tramite un abile gioco di inquadrature, un trompe-l’oeil fotografico, in un insieme di souvenirs da “asporto” .
 
Egli non può non trovarsi in sintonia con autori come Lee Friedlander e Walker Evans, che hanno riconsiderato le forme e i materiali del linguaggio visivo. Fotografi che hanno raccontato le periferie, i margini, nei quali hanno colto gli oggetti comuni e i paesaggi anonimi, con la loro poetica del quotidiano, restituendogli dignità, vita, presenza. Proprio come Ghirri attraversa giornalmente le città, fermandosi di tanto in tanto per rileggerne i segni, per carpirne i messaggi che vi si celano, rimirando un cartello stradale o i manifesti appesi al muro, i neon colorati dei locali o una piccola aiuola fiorita, la vetrina di un fornaio o un cartellone pubblicitario. Mai alla ricerca di una risposta definitiva alle sue domande, ma semmai con l’intenzione di continuare a porne. “Perché questa mi sembra già una forma di risposta”, diceva. Un modus operandi che lo accompagnerà per tutto il suo percorso, che interromperà improvvisamente ad appena 50 anni, non prima di aver dato, come disse un giorno Wim Wenders, “un ultimo sguardo sul mondo”.
 

© Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

Tutte le foto sono © Luigi Ghirri e sono esclusiva proprietà degli eredi