Il respiro della Storia

Mimmo Jodice nasce a Napoli, nel popolare Rione Sanità, il 24 marzo 1934. Giovane appassionato di arte, frequenta i corsi di pittura e di scultura nella locale Accademia di Belle Arti. Alla soglia dei  trent’anni decide di indirizzare tutti i suoi sforzi verso la fotografia, concentrandosi  immediatamente sulla ricerca di nuovi linguaggi visivi, sulla sperimentazione e sul superamento delle tradizionali tecniche fotografiche. Affascinato dalla possibilità di alterare la realtà, trasformandola in una nuova dimensione onirica, viene ben presto a contatto con i lavori del fotografo inglese Bill Brandt che lo impressionano fortemente. Opera con i più grandi artisti del tempo, e nel  1970 inizia ad insegnare all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Contemporaneamente inizia una duratura collaborazione con il gallerista napoletano Lucio Amelio, personaggio di primo piano nel mercato dell’arte contemporanea.

Col passare degli anni il suo sguardo comincia a posarsi sui problemi concreti della realtà cittadina, sui temi sociali, sull’emarginazione, sulle dipendenze, e ancora sui bambini e  sulla ritualità religiosa. Di questo periodo sono libri come Il Ventre del Colera, Chi è devoto: feste popolari in Campania, Mezzogiorno. Tra i pochi ad aver esposto le sue immagini al Louvre di Parigi, Jodice combina l’interesse per la collettività all’analisi del territorio urbano e del paesaggio, abbattendo i luoghi comuni e concentrandosi su “un’immagine pulita, rigorosa ed essenziale”. Un punto di svolta può forse essere considerata la pubblicazione del suo libro Vedute di Napoli, nel 1980, nel quale il capoluogo campano è presentato in maniera del tutto nuova, intrigante ed indefinita. Nel libro trova compimento e piena applicazione la sua visione metafisica dello spazio e delle cose in esso contenute. “L’ambiguità”, dice “il mistero delle cose, è per me l’essenza della vita”.

Solo qualche anno più tardi, Jodice inizia una lunga ed appassionata indagine sul mito del Mediterraneo, lavoro imponente che sfocia in un libro e una mostra negli USA. Il percorso immaginario nel mondo della classicità, una sorta di viaggio nel tempo, lo porta ad attraversare epoche storiche e mondi leggendari , lasciando come eredità un corpus di un centinaio di immagini che ritraggono città del passato, antiche rovine, personaggi mitologici e divinità d’ogni genere.

La sua personalissima idea di immagine, di riproduzione, la sua “ipotesi” di rappresentazione, segna in questo splendido lavoro, il punto d’arrivo di un grande autore che porta a sublimazione le sue considerazioni sul tema della Memoria, del Tempo e della Storia.  Nella profondità accattivante del suo bianco e nero riscopriamo un paesaggio che è innanzitutto interiore, intimo, silenzioso, raccolto. Un racconto che ci trasporta in una dimensione sospesa nel tempo e nello spazio: la dimensione di un grande artista, che alla bella età di 85 anni, non smette di incantarci con la sua poetica e con le sue opere, colme di silenzi e di attese, di solitudini e smarrimenti “dove le assenze contano più delle presenze, i vuoti più dei pieni”. Dove nulla è tangibile al pari della bravura di questo grande maestro, di cui tutti siamo debitori e al quale, chiunque lavori con lo sguardo, deve gratitudine e riconoscenza.

©Mario Di Salvo 2019 – Tutti i diritti riservati

La sostanza dei sogni

“Un ritratto non è una somiglianza. Il momento in cui un’emozione o un fatto viene trasformato in una fotografia non è più un fatto ma un’opinione. In una fotografia non esistono cose come l’imprecisione. Tutte le fotografie sono esatte. Nessuna di esse è la verità.”

Chi ama la fotografia con la effe maiuscola, non potrà non amare Richard Avedon. Non potrà non apprezzare il lavoro di colui che, più di chiunque altro, ha rappresentato il modello del fotografo di moda e ha realizzato alcuni dei più celebri ritratti fotografici di tutti i tempi. Nato a New York il 15 maggio 1923,  Avedon è a tutti gli effetti il prototipo del fotografo ritrattista del 20° secolo, sebbene il suo lavoro affondi profonde radici nel passato, e le sue influenze appaiano molteplici e palesi. Di famiglia russa di origini ebree, la futura star della fotografia mondiale comincia presto a cimentarsi nell’arte fotografica, e durante la seconda guerra mondiale, arruolatosi nella Marina Militare come fotografo, dà subito prova della sua innata propensione al ritratto, scattando le foto identificative dei membri del personale militare di bordo. Finita la guerra, fa ritorno negli Stati Uniti e decide di frequentare un corso presso la New School for Social Research. Ed è qui che il destino gli offre l’occasione della grande svolta. Tra gli insegnanti della scuola infatti, figura il nome di un certo Alexey Brodovitch, che oltre ad insegnare nell’istituto è anche art director del magazine di moda Harper’s Bazaar, leggendaria rivista al femminile che si è sempre distinta per la sua sofisticata eleganza e per l’autorevolezza nel dettare le regole del gusto e nel creare nuove tendenze di stile. Ben presto, Brodovitch annusa il talento smisurato di Avedon e gli apre la strada verso il magazine, dandogli modo di esprimere appieno le potenzialità innate e di dare il via a una carriera professionale e artistica che ha del miracoloso, innescando una vertiginosa ascesa che si interromperà solamente con la sua morte.

Con la sua capacità di stupire, Avedon riuscirà a sovvertire i canoni, i modelli e le categorie proprie dell’estetica del ritratto di moda, con un approccio totalmente originale. I suoi soggetti sono ritratti con brutale precisione, con una durezza al limite dello spietato, con una ricchezza di particolari che non lascia dubbi sulla natura stessa dell’essere umano, fatta di carne e sangue, viva, pulsante, vera. E per accentuare l’effetto di nitidezza, di  più vero del vero, sceglie uno sfondo di colore bianco, che non interferisca in nessun modo col soggetto ritratto, l’unico e il solo protagonista della scena, e registra il tutto con una fotocamera di grande formato, quasi sempre una 20×25, che fornisce immagini ad altissima definizione. La sua è una fotografia cercata, costruita, provocata, poiché “proprio nel rapporto tra il fotografato che recita e il fotografo che assiste a quella recita”, come dice Scianna, “sta il senso di ogni ritratto”. La sua continua ricerca, lo porta a fotografare un numero infinito di personaggi, dall’operaio al detenuto, dal macellaio alla cameriera, al minatore. Un caleidoscopio di volti, una girandola di sguardi, di pose, di movenze, di espressioni. Un potpourri di immagini nitidissime e solo apparentemente oggettive e neutre, che invece vanno lette e interpretate nella logica di una visione personalissima dell’autore, che realizzandole ci offre una sua idea del mondo, una sua concezione della storia, e un suo preciso punto di vista sugli esseri umani.

In quasi 50 anni di attività ininterrotta, percorsa, attraversata e a volte posseduta dal demone della competizione, Avedon ha immortalato moltissime star e personalità della sua epoca: Elizabeth Taylor, Andy Warhol, Marilyn Monroe, Buster Keaton, Audrey Hepburn, Ezra Pound, Eisenhower, i Beatles, Brigitte Bardot, Sophia Loren, solo per citarne alcuni. E ognuno di questi ritratti ci restituisce un tocco felice, senza sbavature, una tecnica magistrale unita alla grazia naturale di un maestro assoluto, di un immenso talento che si è sempre alimentato nello studio, senza mai rinunciare alla necessaria immediatezza e all’istintività.  Il lavoro di Avedon è vasto, articolato e complesso, un mix di stile controverso e indiscutibile talento per il bello, frutto dell’attività incessante di un infaticabile sperimentatore. I suoi scatti sono un documento prezioso,  la cui unicità risiede nel loro modo di restituirci i soggetti, che magari non appaiono come effettivamente sono, ma rispecchiano perfettamente ciò che desidererebbero essere. E questo rende vane e vuote le critiche che tendono a legare indissolubilmente il concetto di fotografia a quello di verità e di oggettività.

Tutte le immagini da lui concepite sono il risultato di tagli, ritocchi, giustapposizioni, successivi a lunghe sedute di shooting in cui il fotografo spinge il fotografato a liberarsi del proprio corpo e a lasciarsi guidare dal proprio istinto, dalla propria indole, dalla propria natura. Il suo progetto più famoso, The American West, è un avvincente inventario di volti, nel quale il grande autore ha fissato per sempre gli sguardi attoniti degli operai del west, dei vagabondi, dei disadattati, scelti uno ad uno tra la folla, nelle stazioni di servizio, nelle fiere di paese. Un totale di 762 scatti, perlopiù ritratti di gente comune, che danno vita a un progetto grandioso, che rappresentò, ad un tempo, un punto di svolta per la sua carriera e la sua consacrazione nell’olimpo della fotografia mondiale. E’ l’opera della maturità, il capolavoro di un artista sessantenne la cui fama non conosce confini o limiti temporali. Lo stanno a dimostrare, a più di dieci anni dalla morte, l’immutato interesse per le sue iconiche immagini, battute all’asta per cifre record, e le infinite ripetizioni degli schemi formali da lui creati, vero grande punto di riferimento per milioni di fotografi che si avventurano nell’impervio cammino della fotografia di moda e di ritratto.  La sua scomparsa ha lasciato un gigantesco vuoto nel mondo della fotografia, ed in generale nell’universo della moda e dello show business. Un vuoto che nessuno è ancora riuscito, neppure in parte, a colmare.

©Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

La geografia dei sentimenti

All’alba di un mattino come tanti altri, in un paesino dell’ Emilia, un uomo si muove lento nella nebbia con una fotocamera fissata ad un treppiede. Di fronte a sé una sottile linea d’acqua incisa nel pallore del bassopiano. Una lunga ferita che attraversa la verde campagna. Anche se ancora non lo sa, quella sarà l’ultima fotografia della sua vita, l’ultimo abbraccio alla sua terra natia, la firma sul suo testamento spirituale. Luigi Ghirri nasce a Fellegara di Scandiano il 5 gennaio 1943, e in pochi anni diventerà uno dei più grandi ed influenti fotografi del nostro tempo. Certamente, e con pieno merito, il più conosciuto degli autori italiani all’estero.
Nei primi anni 70 Ghirri abbandona l’attività di geometra, apre uno studio grafico e inizia la sua ricerca, un lungo viaggio nell’immaginario visivo del nostro Paese, che segnerà un punto di svolta e indicherà un cammino nuovo a intere generazioni di fotografi. Autore prolifico e fine intellettuale, Ghirri percepisce l’ esigenza della creazione di una nuova sintassi delle immagini, che rinnovi dalle fondamenta la cultura visuale italiana. Le sue fotografie sono una continua lotta tra realtà e rappresentazione, una ricerca di significato, in un mondo che ha del tutto smarrito la sua identità. E tutto questo cercando di non offrire una prospettiva unicamente fotografica, e accostando alla fotografia stessa metodi narrativi alternativi e “nuovi”. Fotografie di fotografie. Di gente che guarda altre fotografie. Come Thomas Struth, molto prima di Thomas Struth.
 

La fotografia è per Ghirri “l’immagine di un mondo possibile, scelto tra tanti mondi possibili”, “più vicina alla fantascienza che ad altri generi letterari o estetici”. A nemmeno dieci anni dall’inizio della sua ricerca, Ghirri è già un punto di riferimento per molti, instancabile suggeritore di una nuova strategia del guardare, dello studiare , del considerare. Maestro del colore, al quale restituisce la dignità troppo a lungo sottratta da orde di fotoamatori che lo hanno per decenni abusato, ostentato e offeso, Ghirri predilige il formato 6 x 7, punto di incontro tra l’iperrealismo del grande formato, e l’eccessiva sintesi del 24 x 36 . Questa scelta lo aiuta ad ottenere delle immagini che sussurrano senza urlare, che suggeriscono senza rivelare.

La sua è una volontà di ricominciare da zero, di “formattare” lo sguardo e di catapultarsi in una realtà parallela, priva di limiti, alla ricerca di ciò che normalmente è invisibile agli occhi. Sforzandosi di accostarsi alle cose e alle persone con lo sguardo di un bambino e la meraviglia di chi si affaccia al mondo per la prima volta. Gli autori che, come lui, si sono avventurati in una così coraggiosa ed approfondita indagine intellettuale, possono a tutt’oggi contarsi sulle dita di una mano. Pochissimi come lui hanno contribuito a riscrivere le regole essenziali del vedere, e insieme ad esse il significato, il valore e il compito della fotografia. Moltissime delle immagini che ci ha lasciato sono il frutto di una indagine condotta tra soggetti di poco conto, tra oggetti apparentemente insignificanti ed eventi assolutamente trascurabili, riproposti sotto forma di brillanti considerazioni sul senso della vita, di acute riflessioni sul rapporto tra uomo e natura. Distratto e trasognato come pochi, provava, ricorda Gianni Celati, un odio profondo per la comune cecità di chi crede di sapere già tutto, che é cecità spirituale. Ghirri è cittadino italiano, e come tale si ritrova prigioniero di una iconografia essenzialmente pittorica, quella lasciataci in eredità dai viaggiatori del Grand Tour, che vede l’Italia come un grande forziere ricolmo di arte e bellezza da cartolina. Una cultura visuale che interpreta il paesaggio urbano e quello non antropizzato in maniera stereotipa, banale e approssimativa.

Da parte sua vi è la ricerca di un’Italia possibile, di un paesaggio da capire e immaginare, di spazi e luoghi con un passato da custodire e un presente da reinventare. Il tentativo di recupero di una memoria collettiva, che non può prescindere in alcun modo dal confronto continuo con la storia recente, frutto di continui mutamenti. La sua è una ricerca dell’ ”unico nell’analogo”, della singolarità nella ripetizione. Arturo Carlo Quintavalle parla di “una civiltà di copie, dove originale e copia non esistono, dove la copia è più vera del vero”. Ghirri percorre questo tragitto in lungo e in largo, per anni, fino ad estremizzare il suo pensiero nella famosa serie “In scala” realizzata presso il parco tematico “Italia in miniatura”, dove trasforma la finzione in realtà, reinterpretando con occhio beffardo e provocatorio il rapporto tra l’uomo e il paesaggio urbano, trasformato tramite un abile gioco di inquadrature, un trompe-l’oeil fotografico, in un insieme di souvenirs da “asporto” .
 
Egli non può non trovarsi in sintonia con autori come Lee Friedlander e Walker Evans, che hanno riconsiderato le forme e i materiali del linguaggio visivo. Fotografi che hanno raccontato le periferie, i margini, nei quali hanno colto gli oggetti comuni e i paesaggi anonimi, con la loro poetica del quotidiano, restituendogli dignità, vita, presenza. Proprio come Ghirri attraversa giornalmente le città, fermandosi di tanto in tanto per rileggerne i segni, per carpirne i messaggi che vi si celano, rimirando un cartello stradale o i manifesti appesi al muro, i neon colorati dei locali o una piccola aiuola fiorita, la vetrina di un fornaio o un cartellone pubblicitario. Mai alla ricerca di una risposta definitiva alle sue domande, ma semmai con l’intenzione di continuare a porne. “Perché questa mi sembra già una forma di risposta”, diceva. Un modus operandi che lo accompagnerà per tutto il suo percorso, che interromperà improvvisamente ad appena 50 anni, non prima di aver dato, come disse un giorno Wim Wenders, “un ultimo sguardo sul mondo”.
 

© Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

Tutte le foto sono © Luigi Ghirri e sono esclusiva proprietà degli eredi

Scusi, permette questo scatto?

Di tanto in tanto, frugando tra i banconi virtuali dei mercatini di materiale fotografico, mi capita di imbattermi in oggetti interessanti, spesso convenienti, a volte sfiziosi ed allettanti. Più raramente in pezzi unici e singolari. Sto cercando tra gli annunci dell’usato una fotocamera analogica da portare in giro senza troppi patemi d’animo. Una macchinetta robusta ed affidabile, che non costi un occhio della testa e che risponda unicamente alle mie poche ma irrinunciabili esigenze di fotografo e di essere umano pensante: deve essere semplice ed essenziale. Pochi comandi, ben posizionati, un mirino sufficientemente luminoso e una “carrozzeria” a prova di bomba. Di tutto il resto, sono sincero, faccio volentieri a meno. Ieri, tra una semielettronica superaccessoriata e una meccanica di lusso usata ma non troppo, mi cade l’occhio su un annuncio che dice più o meno così: Pentax Spotmatic nera, appartenuta al maestro Dondero. Vendo. Ammetto che la cosa non mi lascia indifferente. Tutt’altro. La Spotmatic è una macchina elegante, dalla meccanica raffinata, e Mario Dondero uno dei miti della mia giovinezza. Al telefono, la proprietaria del “cimelio” mi assicura di averlo ricevuto in dono dalle mani del fotografo in persona, a un festival di fotografia non meglio specificato, una cinquantina d’anni fa. “Mi disse:” aggiunge, “Questa è la macchina con la quale ho imparato a fare fotografie, quella con cui ho iniziato. La lascio a te con l’auspicio che tu possa fare lo stesso, e con l’augurio che ti porti fortuna.” Io sono un po’ titubante, ma poi mi affido all’intuito e le credo. Dopotutto, che Mario fosse un generoso, è cosa universalmente nota. Definisco gli ultimi dettagli e concludo l’affare. Poi chiedo secco: “e tu cosa hai fatto?” “Ah, io niente!” mi risponde schietta, “io non ho mai imparato…” “L’ho riposta in un cassetto e li è rimasta finché non mi è venuto in mente di provare a farci qualche soldino”. Tra lo scioccato e l’amareggiato, non posso che prenderne atto, e decido di cogliere l’occasione per rispolverare qualche vecchia lettura e ripensare al maestro che da poco ci ha lasciati, e alla sua vita lunga e generosa.

Nato a Milano nel 1928, Mario Dondero rientra a pieno titolo in quella ristretta categoria di fotografi-giornalisti “liberi”, che hanno scelto di correre da soli, curando i propri interessi e alimentando le proprie attitudini in totale autonomia e nell’unica direzione a loro congeniale: quella degli ultimi. La fotografia è per lui uno strumento insostituibile per raccontare storie, per comunicare emozioni, per vivere nel mondo. Una sorta di “conquista nei confronti del passato” al quale strappa dei momenti per riproporli immutati nel futuro. Totalmente disinteressato all’aspetto tecnico-pratico dell’esercizio fotografico, ha sempre mirato al contenuto, rifiutando qualsiasi implicazione estetica, artistica e commerciale. Il fotoreporter, dice, non è uno spettatore neutro della realtà, sebbene il giudizio che ne da debba essere imparziale. Ha le sue idee, le sue passioni, le sue convinzioni, la sua fede politica. La sua visione è filtrata dal suo istinto di uomo, dal suo bagaglio di esperienze, dal suo carico di conoscenze, dalla sua formazione, dalle sue naturali inclinazioni. Mario Dondero non sfugge a questa regola: è un uomo di sinistra, un comunista “puro e duro”, ama le donne e il buon vino, il cinema in bianco e nero di Renoir e la letteratura con la “elle” maiuscola. E’ vero. Ma in mezzo? In mezzo scorre il fiume. In mezzo c’è la vita, le amicizie, gli amori, le illusioni, i disincanti. Gli incontri inaspettati. Fotografo e partigiano, sognatore instancabile, chansonnier appassionato di un mondo che non ha mai smesso di affascinarlo, Dondero inizia la sua carriera di fotogiornalista “assolutamente per caso”.

Dopo alcuni anni di lavoro a “Milano Sera”, come cronista, stufo di dover sempre dipendere dalle immagini fornite dal fotografo di turno, trova un’ancora di salvezza nel nascente settimanale illustrato “Le ore”, che gli da fiducia e lo spinge a continuare su quella che diventerà la sua nuova strada, quella che più gli si confà. Un percorso che gli permetterà di vivere come ha sempre sognato, libero da rigidi vincoli contrattuali, in perfetta autonomia e in totale indipendenza. Un vestito nuovo che gli calzerà a pennello, dentro il quale si muoverà con scioltezza per il resto dei suoi giorni. Utilizzando “la scusa della fotografia per vivere in un modo sorprendente”. Il fotogiornalismo, peraltro, rimarrà per lui la massima espressione della fotografia, oltre che un insostituibile collante nei rapporti interpersonali e una grande fonte di conforto intellettuale. Uomo dai mille interessi, Dondero è sempre stato attratto dagli aspetti più variegati della cultura, cercando con le sue foto di trasferire un po’ di quel mondo nel suo stesso mondo. Di divenirne parte integrante. Affascinato dalla letteratura, non ne ha mai nascosto la particolare influenza nel suo modo stesso di fotografare. Dai tempi del Bar Jamaica di Milano, e delle leggendarie frequentazioni di intellettuali del calibro di Piero Manzoni, Dino Buzzati e Camilla Cederna, al gruppo dei Nouveau Roman, di cui una sua stessa foto testimonia e quasi sancisce la nascita a Parigi, nel 1959, Dondero non ha mai smesso di inseguire il sogno di una vita vissuta in perfetta simbiosi col mondo e con le persone che lo abitano. “Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono”, avrebbe detto più tardi. Uomo affabile e schietto , capace di sedurre chiunque con uno sguardo e ancor di più con le parole. Un amico che guardava dritto negli occhi, con il dono singolare di far sentire importante anche chi non ha mai nemmeno sospettato di esserlo. Di riconoscere un ruolo a ciascuno dei suoi soggetti, di trattare il netturbino con la stessa reverenza che avrebbe riservato a un capo di stato, con la stessa ingenua naturalezza. Ha lavorato per l’Unità, l’Avanti, il Mondo, L’Espresso, Il Giorno, L’illustrazione italiana, Le Monde, Le Nouvel Observateure, Le figaro e mille altri giornali, fotografando di tutto: poeti, artisti, registi, scrittori, e più di tutto, tanta, tantissima gente comune.

Nell’osservazione delle loro semplici storie amava incentrare i suoi racconti fotografici più intimi e profondi, sforzandosi di riuscire nel difficile compito di ridare giustizia e dignità alle esistenze ai margini della società, conscio che il vero valore civile del suo mestiere risiedesse in questo e solo in questo. E il tutto narrato con la curiosità intellettuale che lo ha sempre contraddistinto, unita alla lealtà nel riportare i fatti in maniera genuina, con un prosare schietto, privo di orpelli e di inutili stravaganze. Scattare una foto era il suo modo di presentarsi, di rompere il ghiaccio: il suo biglietto da visita. Una vera e propria scelta di vita, la sua. Come quella di non fermarsi mai, alla continua rincorsa degli eventi, a testa in giù per il mondo, l’anima in continuo esercizio, nell’annotare cose nuove, nello scoprire realtà diverse, altre vite, differenti idee, inconsuete usanze. Una corsa senza sosta, volontario ostaggio degli avvenimenti. Un moto perpetuo che gli ha impedito di dedicarsi alla costruzione di un archivio ragionato delle sue opere, della sua immensa produzione di immagini. Un tragitto che si è interrotto a Fermo, la piccola cittadina marchigiana dove Dondero, genovese trasferito a Milano, parigino per scelta e romano per diletto, ha deciso di porre fine al suo vagare, e dove ha trascorso gli ultimi giorni della sua avventurosa vita. Piace pensare a molti, di ritrovarlo un giorno a bordo di una corriera, su un vecchio regionale o in fondo a un bar, intento ad intonare “o bella ciao!” o un altro dei suoi cavalli di battaglia, con gli occhi dolci e il sorriso bonario che ce lo hanno fatto amare prima ancora di apprezzarlo per quanto di bello nella sua lunga carriera è riuscito a costruire. A Fermo, in una sera di dicembre del 2015, dopo aver salutato tutti i suoi amici per l’ultima volta, Mario Dondero ha smesso di sognare.

© Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

Foto di copertina © Livio Senigalliesi/Sintes/SIPA

L’uomo che non aveva paura

Si avvicina l’estate del 1945, la guerra è alle battute finali. Un ragazzotto di 22 anni fruga tra le macerie di una Norimberga sfiancata dai bombardamenti alleati. E’ giunto in Germania in treno dopo che le SS lo hanno arrestato in Piazzale Loreto, a Milano. Ha lavorato per un anno al reparto manutenzione della Siemens e adesso ha un posticino in una fabbrica di profumi dove si occupa di miscelare le essenze. Ha lasciato il lager dal quale faceva la spola per recarsi allo stabilimento e da qualche tempo è ospite di una famiglia, i coniugi Stahl. Il suo nome è Mario De Biasi, bellunese trapiantato a Milano, dove ha raggiunto la sorella, lasciandosi alle spalle una madre e altri tre fratelli. Il padre è emigrato in Svizzera alla ricerca di un po’ di fortuna. A Milano ha cominciato a lavorare come telefonista, prima di approdare, nel 1939, alla Magneti Marelli. Quel pomeriggio tardo primaverile a Norimberga, tra ciò che rimane di una casa, il suo sguardo è improvvisamente rapito dal luccichio di una bottiglietta. Avvicinandosi vede che ce ne sono delle altre, e poi un libro, dei fogli di carta fotografica, un piccolo torchio. Le bottigliette contengono liquidi per sviluppo e fissaggio, mentre il libro, che comincia immediatamente a sfogliare, è un manuale pratico di fotografia. Questo ritrovamento casuale è un vero segno del destino, e forse gli salverà la vita. Da questo momento la fotografia entrerà a far parte della sua esistenza e non ne uscirà mai più. Tornato a Milano qualche anno dopo, Mario inizia a fare sul serio. Curioso e determinato come pochi, comincia a guardarsi intorno con occhi nuovi, e a fotografare ogni cosa, con energia ed entusiasmo irrefrenabili. “Sottrae soldi al cibo per comprare le pellicole. Sottrae ore al sonno per sviluppare e stampare quelli che considera i suoi tesori”, dice di lui Attilio Colombo. Il suo soggetto principale è una Milano ferita, offesa dalla guerra, che prova a rialzarsi con le sue forze. Di lì a poco la meritata consacrazione arriva inaspettata: E’ il 1953, e in piena età dell’oro per il racconto fotografico, De Biasi diventa il primo fotografo “assunto” da Epoca. Il giornale è frutto di un’idea di Alberto Mondadori e fa affidamento su uno staff di fotografi d’eccezione, sull’esempio del mitico Life, dal quale permuta apertamente la veste editoriale e il respiro internazionale. Sulle sue pagine si susseguiranno i reportage di grandi nomi del fotogiornalismo mondiale, da Robert Capa a Henri Cartier-Bresson, da Werner Bischof a George Rodger, con una significativa presenza dei “cugini” italiani, tra i quali De Biasi eccellerà per qualità e duttilità.

Ma l’occasione per la svolta definitiva gli viene offerta dal destino su un piatto d’argento, quando a Budapest esplode la sommossa antisovietica e il magazine decide di mandare proprio lui a vedere cosa succede. La telefonata del giornale lo raggiunge a Varenna , sul lago di Lecco, dove sta ultimando un servizio fotografico a colori sulle più belle ville d’Italia. Dall’altra parte della cornetta la voce della segretaria del direttore ordina con tono perentorio: “torni immediatamente a Milano perché deve partire per l’Ungheria”. E’ il 27 ottobre del ‘56 e a Budapest si spara ormai per le strade: è la rivolta popolare! Dopo una breve consultazione col giornalista Massimo Mauri, che in realtà è Mino, il fratello meno famoso del regista Mario Monicelli, il futuro “capo dei servizi fotografici” di Epoca decide di partire in automobile. Chiama la moglie Ida al telefono e le chiede di preparargli una valigia con un paio di pantaloni di velluto, un vestito e qualche camicia. Alla domanda scontata della consorte, “dove vai?”, lui risponde candidamente: “In Ungheria”. Dopodiché riattacca e si occupa delle macchine fotografiche. Una Rolleiflex, due Leica e 50 pellicole. E’ l’inizio di un’avventura drammatica ed irripetibile. A Budapest, tra i carri armati russi e le pallottole vaganti dei ribelli, De Biasi da il meglio di sé, riuscendo a portare a casa insieme alla pelle, uno dei reportage fotografici più forti e terrificanti della storia del fotogiornalismo moderno. Chi lo ha visto in azione, lo descrive mentre corre da una parte all’altra della città, le fotocamere al collo, in preda ad un impulso adrenalinico irrefrenabile e compulsivo. Non si ferma nemmeno davanti all’orrore delle esecuzioni pubbliche e dello strazio dei corpi, che pure lo feriscono brutalmente e lo fanno tremare di paura. Continuerà a scattare per tre lunghi giorni, immortalando nel caos più totale, indefinibile e pericoloso, i volti e le gesta degli insorti e dei loro aguzzini, un centinaio di agenti della polizia segreta che si sono asserragliati in un palazzo che si affaccia sulla piazza. Da ogni albero e da ogni lampione i giovanissimi ribelli sbucano fuori con coraggio e, allo scoperto, scaricano i loro mitra in direzione del rifugio improvvisato. Lui li fotografa in azione, ininterrottamente, facendo la spola da un gruppo all’altro. Quando la battaglia volge finalmente al termine, i due colleghi italiani decidono di comune accordo di abbandonare la piazza e tornare in albergo. Quando nei giorni seguenti si decide il rientro in Italia, i carri armati russi avanzano ormai verso Budapest e la città è in preda allo sconforto. Le fotografie di Mario faranno il giro del mondo, e Arnoldo Mondadori in persona gli scriverà una lettera di ringraziamento per quanto è stato capace di fare in quelle ore terribili, in quei giorni tremendi.

De Biasi è una vera e propria macchina da guerra, e riesce a passare da una contesto all’altro con estrema facilità e con un senso di adattamento sconosciuto ai più. Da ogni situazione riesce a tirar fuori, con passione ed ironia, il meglio con il minimo sforzo. Conflitti, colpi di stato, terremoti, inondazioni, epidemie, scoperte scientifiche, incoronazioni, eruzioni vulcaniche… e poi industriali, capi di stato, magnati, campioni dello sport, re, regine, papi, artisti, attori, registi, luminari: nulla sfugge al suo obiettivo, perennemente puntato sul mondo, al suo intuito, al suo senso della notizia, e perché no, alla sua faccia tosta. Instancabile, salta con una vitalità impressionante da un aereo all’altro all’inseguimento della diva di turno, che immortalerà sempre con profondo senso estetico e rigoroso equilibrio formale: Brigitte Bardot, Sofia Loren, Marlene Dietrich, Silvana Mangano, Claudia Cardinale, solo per citarne alcune. «La macchina fotografica fa parte della sua anatomia, come il naso e le orecchie», dice una volta di lui Bruno Munari, suo caro amico e responsabile della veste grafica di Epoca . Una macchina fotografica che non ha mai lasciato, neanche quando, avanti negli anni, ha rinunciato a rincorrere le notizie, ripiegando su un tipo di fotografia più concettuale, alla ricerca dell’armonia e della bellezza delle piccole cose della vita di ogni giorno. Più volte, durante il mio lungo soggiorno milanese, mi è capitato di incontrarlo e di ascoltare i suoi racconti. Camicia a quadri, colorito vermiglio, sorriso furbo da eterno bambino, ironico e sorridente come sempre. Di quell’omone rubicondo porto con me il ricordo di una vitalità prorompente, di uno spirito mai domo. Mario De Biasi, “l’Italiano pazzo”, un irriducibile della vita. Una vita, la sua, vissuta tutta d’un fiato, affrontata a viso aperto, senza rete e…senza paura!

©Mario Di Salvo 2018 – Tutti i diritti riservati

Il terzo occhio della Fotografia

Suo padre avrebbe voluto che diventasse un ingegnere e non ha mai digerito fino in fondo la sua scelta di dedicarsi a una così frivola disciplina artistica,  poco seria e ancor meno remunerativa qual era ai suoi occhi la fotografia.  Al punto che quando qualcuno gli chiedeva: quanti figli hai? Lui, che ne aveva quattro, rispondeva: “Due! Gli altri due sono diventati fotografi!” Era infatti da un fratello maggiore che il giovane Raghu aveva contratto il virus letale che lo avrebbe trasformato di lì a poco in un vero e proprio guru della fotografia indiana e poi mondiale. Tutto era iniziato quando, un bel giorno, gli chiese di prestargli una delle sue fotocamere per andare a fare qualche foto. Al ritorno, sviluppati i rullini e realizzate le stampe, il suo sguardo era stato rapito da un soggetto alquanto bizzarro, ma non così insolito per il luogo: un piccolo asino, ritratto dopo un rocambolesco inseguimento, che segnò l’inizio della lunga carriera di quello che può essere considerato una vera e propria icona della fotografia di reportage dei nostri tempi. Quello scatto fu inviato infatti al Times di Londra che lo premiò come immagine della settimana, e diede il la ad una carriera cristallina, costellata di grandi immagini e altrettanto grandi riconoscimenti a tutti i livelli.

Raghu Rai, nome completo Raghunath Rai Chowdhry, è nato nel piccolo villaggio di Jhhang , in Pakistan, allora India britannica, il 18 dicembre 1942. Quando Henri Cartier Bresson, innamoratosi dei suoi lavori, lo invitò ufficialmente ad entrare a far parte della mitica agenzia Magnum Photos da lui fondata, il giovane fotografo indiano, invece di fare i salti di gioia e ringraziare il cielo in tutte le lingue del creato, fece attender per quattro anni una sua definitiva risposta. Fotografo di reportage ma anche grande ritrattista “di strada”, Raghu Rai mosse i suoi primi passi nel quotidiano “The Statesman”, per poi passare nel ‘76 al “Sunday”, un settimanale indiano pubblicato a Calcutta. Nel 1980 divenne fotografo e photoeditor di India Today e contemporaneamente cominciò a dedicarsi a lavori di approfondimento ad ampio raggio che abbracciano le più svariate tematiche, producendo più di 18 libri e pubblicando le sue incisive immagini su magazine e quotidiani di tutto il mondo, tra i quali Life, The New York Times, Newsweek, Time e molti altri. “Sento che per avere successo in qualsiasi professione, devi essere appassionato e desideroso di sperimentare. Se la fotografia è il tuo interesse, viaggiare ti aiuterà molto, dato che potresti sperimentare e imparare.” Questo è sempre stato il pensiero ricorrente ed il modus operandi del grande autore che contemporaneamente agli impegni redazionali, è riuscito a portare avanti grossi progetti documentari, come quello per Greenpeace, una approfondita indagine sul disastro chimico che a Bhopal, nel 1984, causò migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti.

All’interno di un unico scatto, come nell’insieme di un portfolio di immagini, il pioniere del fotogiornalismo in India ha avuto il merito di aver catturato tanto la brutalità quanto la bellezza del suo paese. Interrogato sul “presente” della fotografia moderna, il fotografo di Madre Teresa di Calcutta e del Dalai Lama, si scaglia contro l’estrema frammentazione delle immagini causata dalla eccessiva velocità con la quale le stesse vengono voracemente consumate da una generazione che non è più abituata a meditare e a riflettere sulla bellezza dell’esperienza racchiusa nell’atto del fotografare. Il mondo dei social network ha, a suo dire, azzerato la capacità dei suoi milioni di utenti di “comprendere” l’attimo congelato in uno scatto fotografico. Lo stesso attimo che Rai ha sempre condiviso col suo illustre scopritore, con il quale condivide, oltre alla ricerca dell’attimo decisivo, l’equipaggiamento spartano col quale si aggira per i luoghi del suo fotografare. Una fotocamera, un obiettivo zoom, e tanto, tantissimo rispetto. E consapevolezza. “Quando scattiamo una foto”, dice, “dobbiamo essere consapevoli di ogni centimetro di spazio con cui abbiamo a che fare.” A buon intenditor, poche parole…

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Il sogno instabile

Robert Louis Frank, uno dei fotografi più influenti del ventesimo secolo, il cui stile crudo ed incisivo è stato fondamentale nel cambiare il corso della fotografia documentaria, è morto lunedì 9 settembre a Inverness, in Nuova Scozia, all’età di  94 anni. Lo ha annunciato il New York Times. Era nato a Zurigo nel 1924. Dal web si apprende pure che è stato un fotografo e regista svizzero naturalizzato statunitense. Naturalizzato.  Un po’ come i calciatori brasiliani, argentini, uruguaiani, che arricchiscono di talento e fantasia la nostra amata rappresentativa nazionale, dando, perché no, anche un po’ di lustro alla nostra Nazione, al nostro popolo, alla nostra gente. Frank era universalmente noto per The Americans, un volume che raccoglieva le foto scattate viaggiando in lungo e in largo per 48 stati americani a metà degli anni Cinquanta, con uno stile nuovo che cambiò il modo di vedere i reportage. Figlio di una coppia benestante di origine ebrea, cominciò molto giovane ad interessarsi di fotografia, rendendosi presto conto della impossibilità di trovare sbocchi interessanti nella Svizzera di quel tempo. Fu così che, poco più che ventenne,  il  futuro vate della fotografia di strada, presi baracca e burattini, nonché una buona scorta di rullini, partì alla volta degli Stati Uniti, alla ricerca di un ambiente più stimolante di quello in cui era vissuto fino ad allora. Fu proprio a New York che ebbero inizio le sue collaborazioni con diverse riviste, cosa che gli permise di farsi conoscere nel mondo artistico ed intellettuale newyorkese. L’ occasione della vita, gli si presentò quando si assicurò una borsa di studio da parte della Fondazione Guggenheim, che lo finanziò per attraversare il paese e fotografarlo. E il giovane ed intraprendente artista non se la fece scappare. Armato di macchine fotografiche e di pellicole in bianco e nero, nonché di una buona dose di incoscienza, percorse migliaia di chilometri scattando in tre anni quasi 27.000 foto. Di queste, dopo un’accurata selezione, ne rimasero solo 83, che sono quelle che andarono a comporre The Americans. La ciliegina sulla torta per l’edizione americana fu la prefazione di colui che solo un paio di anni prima aveva pubblicato On The Road, quel tale Jack Kerouac che ebbe per il fotografo parole entusiaste, e che lo lanciò come il fotografo della Beat Generation. Ma il libro che di lì a poco sarebbe entrato a pieno titolo nell’olimpo della fotografia mondiale di ogni tempo non raccolse immediatamente apprezzamenti e lodi. Anzi, non furono pochi i photoeditors che alla sola vista delle foto si ritrassero sdegnati e quasi offesi per lo stile e per il contenuto delle foto. In netta contraddizione con l’immagine rampante e vincente che gli Stati Uniti volevano dare o credevano di avere, Frank aveva rappresentato scene di vita insignificanti , dettagli sciocchi e banali, scenari privi del seppur minimo interesse, ritratti stravaganti e bizzarri. E lo aveva fatto con uno stile approssimativo, pieno di immagini prese al volo, attraverso i finestrini della sua vecchia Ford, spesso senza nemmeno guardare nel mirino della sua piccola Leica! C’erano cowboys e vecchie automobili, uffici postali e cimiteri, politici e lustrascarpe, jukebox e bandiere stropicciate. Un vero e proprio attacco all’America e alla sua dignità, un’aggressione capace di trasformare in incubo il sogno americano. Le immagini del libro di Robert Frank sembrano così comuni e ordinarie da risultare banali ad uno sguardo superficiale e distratto. Ma sono proprio la semplicità e l’immediatezza che le rendono straordinarie. Mostrano persone che mangiano, che siedono a un bar, che guidano un auto, che aspettano. Mostrano volti stanchi e annoiati. Molte foto sono sfocate, sgranate e mal composte. Ma l’insieme armonico di queste immagini rappresenta un ritratto cinico, distaccato e allo stesso tempo profondamente partecipe di un paese fin troppo sicuro di sé. In quegli anni infatti le fotografie dovevano seguire canoni di nitidezza, pulizia e composizione standardizzati. Le foto erano sistematicamente e metodicamente carine e ottimistiche. Ma Frank era consapevole di vivere in un mondo diverso, pieno di guerre e sofferenze, povertà e discriminazione. Non sempre bello e giusto come si voleva far credere. E che l’America non era fatta solo di recinti bianchi, prati verdi e davanzali fioriti. Che c’era anche un lato oscuro, meno idilliaco, ma più vero e reale. C’era il mondo della povera gente, dei diseredati, di coloro che vivono ai margini. Nelle automobili magari, una presenza volutamente ingombrante nelle fotografie di Frank. Con i suoi orizzonti ubriachi, con le sue inquadrature improbabili,  Frank smantellò il vecchio modo di vedere e minò gravemente la stabilità di un sogno traballante, instabile e destinato a svanire.           Dopo The Americans, il più influente fotografo del Novecento non riuscì più a ripetersi, quantomeno in termini di successo e di clamore . Abbandonò quasi del tutto la fotografia e cominciò presto a dedicarsi al cinema. La sua vita fu poi sconvolta da due grandi drammi famigliari. Pablo e Andrea, i suoi unici figli, avuti dalla la prima moglie, morirono in circostanze diverse  nel 1974  e nel 1994.  Risposatosi con la pittrice e scultrice June Leaf, si trasferì infine in Canada, dove qualche giorno fa, alla bella età di 94 anni, si è spento, portando con sé una colpa o forse un merito: quello di aver mostrato a noi e al mondo intero il vero volto degli Stati Uniti, il lato oscuro dell’America.

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